Una delegazione di volontari del progetto Music & Resilience è tornata in Libano, agli inizi di maggio, per proseguire il lavoro di affiancamento e pianificazione del progetto musicale nei campi profughi palestinesi, al fianco dell'organizzazione palestinese-libanese Beit Atfal Assomoud, con cui collaboriamo da oltre 13 anni.
Il progetto è in una fase molto matura, forte di un team locale di coordinamento ed insegnamento molto affiatato ed equilibrato, che ha saputo trasformare e beneficiare della collaborazione tra le nostre realtà musicali.
Testimone privilegiata di questa missione è stata la giornalista Enrica Muraglie, collaboratrice de Il Manifesto, che ha conosciuto il team attraverso delle interviste negli scorsi mesi e lo ha seguito in prima persona in quest'ultimo viaggio di preparazione e monitoraggio. Il risultato della sua testimonianza è stato pubblicato lo scorso 8 giugno in un lungo articolo dal titolo "Il permesso della felicità. Musica nei campi del Libano", che si può trovare in versione integrale a questo link e di cui riportiamo qualche estratto.
https://ilmanifesto.it/il-permesso-della-felicita-musica-nei-campi-del-libano
Estratti da: Il permesso della felicità. Musica nei campi del Libano
– Enrica Muraglie, BEIRUT, 08.06.2025
«Rimpiazziamo la resistenza armata con quella musicale. Almeno per me: non voglio andare a combattere con le armi, voglio lottare con la mia chitarra in mano». Mohammad Al-Yousif non ha dubbi, il suo percorso di vita non sarebbe stato lo stesso se non avesse incontrato Music and resilience, il progetto di cooperazione internazionale avviato dodici anni fa da Henry Brown e Deborah Parker con l’associazione italiana Prima Materia e in collaborazione con Beit Atfal Assomoud, ong libanese che prova a costruire vie d’uscita dalla ghettizzazione nei campi profughi palestinesi in Libano attraverso l’assistenza
scolastica, sanitaria e sociale.
«Tramite la musica possiamo evadere dalla nostra condizione e abbiamo un’alternativa ai gruppi armati che si radicalizzano all’interno del campo», continua Mohammad, nato e cresciuto ad Ain al-Hilweh, il campo di profughi palestinesi più grande del paese dei cedri, a sud di Saida.
È grato di rivedere le persone con cui ha condiviso questo cammino lungo nove anni, e non è scontato che tanti siano ancora presenti. «Moltissimi giovani sono andati al sud, si sono arruolati con Hamas e stanno combattendo contro l’esercito israeliano. Alcuni non sono più tornati», racconta un residente del campo profughi di Beddawi, i vicoli tappezzati con le foto dei loro martiri.
SONO LE PRIME giornate di maggio, a un paio di palazzi di distanza da uno degli ingressi del campo un centinaio di ragazze e ragazzi palestinesi, curdi, siriani e libanesi si ritrova in una delle sedi di Assomoud. Succede tre volte l’anno grazie a Music and resilience, d’estate per il periodo più lungo, una settimana: si impara a suonare uno strumento, si canta, si fa musicoterapia individuale e collettiva, si scoprono i punti di contatto tra comunità e culture.
C’è posto per tutti nell’orchestra, fosse soltanto per una nota: c’è chi suona per la prima volta o da pochi mesi, e chi è diventato ormai un professionista come Mohammad, che insegna chitarra a Tiro e a Saida.
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SONO CIRCA 489MILA i rifugiati palestinesi che vivono nei dodici campi profughi del Libano, secondo le stime aggiornate a marzo 2023 dell’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, mentre i dati ufficiali forniti dal governo libanese ne rilevano 175 mila, cifra che si basa su un censimento del 2017. Anche se la registrazione all’Unrwa è su base volontaria e potrebbe non riflettere il numero effettivo di rifugiati presenti nel paese, «il governo libanese ha bisogno di sottostimare il loro numero», ci dice Dario Gentili, antropologo e membro dell’associazione Prima Materia. «La ragione è politica»: i palestinesi in Libano
possono raggiungere i più alti gradi d’istruzione ma è impossibile iscriversi a un ordine professionale di riferimento.
Questo restringe il raggio di esercizio del proprio lavoro ai soli campi profughi e alle associazioni palestinesi riconosciute, che pure vivono un momento di grandi privazioni economiche. Per questo Mohammad si domanda come farà a lavorare fuori dai campi, o come potrà ottenere un titolo di studio riconosciuto dal governo libanese e a livello internazionale. Ma «non c’è bisogno di alcun tipo di passaporto per entrare in questa comunità», quella della musica d’insieme o «community music», ci spiega Marco Lolli, psicologo e musicoterapeuta, coordinatore del ramo italiano del progetto. «La retorica è che in guerra non si possa essere felici, e penso che sia sbagliata.
È necessario concedersi il permesso della felicità, e se da soli non si è capaci allora ci sono altre persone che dovrebbero portare questa energia: mi sono stufato di quest’idea tutta occidentale che sia facile raggiungere un luogo per inseguire passioni e aspirazioni personali, ma sia poi difficile impegnarsi politicamente».
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«A un livello più basilare ognuno di noi ha conosciuto una pedagogia musicale che è molto autoritaria», racconta al manifesto Francesca Lico, pianista, membro di Music and resilience. Un’idea impositiva della musica basata «sull’innato, sul talento, concetti inutili e dannosi che da insegnante si può scegliere se trasmettere o no». Ecco perché il repertorio finale che l’orchestra porta in concerto ogni estate è costruito sull’incontro delle proposte di Assomoud e del gruppo di lavoro dall’Italia: musica araba, musiche della tradizione europea, pezzi contemporanei di musica leggera, canzoni in dialetto. «Una strofa che non ci rappresenta possiamo cancellarla o riscriverla, facciamo una traduzione valoriale e culturale, per trasmettere un messaggio che fa sentire tutti rappresentati», ci dice Chiara Trapanese, musicoterapeuta, musicista e insegnante.
NON È SOLTANTO suonare uno strumento, «la musica ci aiuta a processare le nostre emozioni, impariamo qualcosa in più sulle nostre identità e vite», racconta Jana Al-Yousif, sorella di Mohammad, oggi studentessa universitaria a Milano. Grazie a Music and resilience ha trovato il suo mezzo di espressione, il pianoforte. «Penso di sentire la causa palestinese più profondamente rispetto a mio fratello o ad altre persone. Una sera del mio primo campo estivo di musica, nel 2016, ci eravamo seduti su una scalinata e stavamo chiacchierando, l’argomento Palestina è saltato fuori e allora ho raccontato la nostra storia partendo dall’espulsione forzata dei miei nonni durante la Nakba. Qualcuno ha cominciato a cantare una canzone italiana, Amara terra mia. All’epoca non ne capivo le parole, ma tutti abbiamo iniziato a ballare e a piangere».
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